21.7.09

Terremoto a L'Aquila: diffidate di TV e giornali!

Per riuscire a distinguere tra finzione mediatica, che ci spaccia gli aiuti dati ai terremotati d'Abruzzo come uno dei successi dell'attuale governo e dell'Italia tutta, e comprendere quale sia la realtà vissuta dagli sfollati, non guardate telegiornali, non leggete i giornali, chè tanto sono tutti venduti.
Provate a trovare su Internet testimonianze VERE di volontari che sul posto ci sono stati, senza ricevere un personale tornaconto. Come questa di Marta, che riporto con orgoglio e gratitudine nel mio blog.

"Qui Marta. Sono tornata da L’Aquila. Scrivo queste parole di getto.

Andare a L’Aquila è un cazzotto nello stomaco. Ho visto lo stato del territorio, ho parlato con le persone, loro hanno parlato con me, ho lavorato per loro e sono stata loro ospite. C’è molto che non va laggiù, e ora che sono stata lì e ho visto coi miei occhi lo posso dire con certezza.

Ci sono le case pericolanti, sventrate, che a tre mesi dal terremoto per grandissima parte non sono ancora state puntellate, con i rischi conseguenti. I Vigili del Fuoco ordinano le assi per le puntellature, e poi le aspettano mentre si litiga su chi le dovrà fornire. Questo con buona pace di chi magari ha una casa agibile, ma non abitabile, perché la casa accanto, pericolante e non ancora messa in sicurezza, rischia di crollarle addosso.

Ci sono le cucine da campo in via di smantellamento, sebbene i campi non chiuderanno a breve. La gente sa che presto la Protezione Civile, gli aiuti e i volontari spariranno (già scarseggiano!). Gli aquilani hanno paura di essere abbandonati, di essere ricacciati a forza nelle case o di dover trascorrere l’inverno in tenda.

Ci sono le tendopoli, e non ci sono i container. Nelle tendopoli non si vive bene: io ci sono stata due giorni, in una tendopoli piuttosto grossa, a lavorare. Dopo 3 mesi si può dare di matto: dividere due container di servizi igienici e docce con 350 persone, dividere tende, rumori, odori, magari dividere la propria “casa” con persone disturbate mentalmente, con sonnambuli, con tossici in crisi d’astinenza. Ci sono persone che dal 6 aprile non si lavano perché si vergognano di fare la doccia nei container. Se vuoi andare al bagno, devi magari farlo sotto la pioggia o il vento, così come mangiare: le azioni più banali diventano fatica. Anche stare in tenda è difficile: di notte fa molto freddo e di giorno molto caldo. Nelle mense a volte si mangia bene, a volte no. A volte hai alternative nella scelta del cibo, a volte no. A volte nemmeno bere un goccio di vino o di caffè è concesso. In alcune tendopoli gli ingressi sono controllati all’estremo, la gente deve registrarsi e riregistrarsi, ci sono i cartellini con il numero, la polizia che spesso controlla cosa dici e non permette volantinaggio e diffusione di notizie.

Ci sono le persone, quelle che possono permetterselo più o meno a fatica, che cercano di scappare dalle tendopoli, perché hanno capito che facendo affidamento solo su quello che lo Stato passa non potranno fare molto. Costruiscono casette di legno nelle loro proprietà, acquistano e allestiscono container, murano e coibentano garage e porticati per renderli abitabili, puntellano le loro case spendendo i loro soldi e le loro energie per non dover aspettare, tessono le loro reti di solidarietà con amici vicini e lontani, cercano aiuto perché i soldi del sussidio statale non bastano per pagare cibo e bollette, mutui, tasse e servizi. Tantissimi hanno perso il lavoro, mantenersi è un’impresa e uscire dalla tendopoli vuol dire comunque rischiare. Ma in tanti pensano che fuori sia meglio che dentro, tanto più che i posti nelle casette antisismiche non basteranno per tutti. Ottimisticamente la metà della gente non entrerà nelle casette in costruzione.

Ci sono i campi senza volontari: scarseggiano ormai da tempo e il personale medico è carente; ci sono dei lutti per questo, gli anziani non vengono curati a dovere, se le persone stanno male spesso non hanno nemmeno un auto per recarsi al Pronto Soccorso. L’Aquila per molti è già dimenticata, e non basterà un G8 a cambiare le cose, questa è la sensazione di tutti. Cerchiamo di ritornare tutti a questi momenti con la memoria, e aiutiamo concretamente chi ne ha bisogno. Vorrei far presente che l’Italia è un paese ad alto rischio idrogeologico, e una situazione come quella del terremoto abruzzese potrebbe potenzialmente capitare a chiunque. Voi non vorreste essere abbandonati nel momento del bisogno e dovrebbe farvi imbestialire il fatto che nel nostro civilissimo paese ci sia la gente che muore nelle tendopoli per mancanza di infermieri. Nel 2009.

Ci sono i potenti che calpestano la terra d’Abruzzo, i lavori di ristrutturazione fatti per loro, gli schieramenti di polizia ovunque, le strade chiuse. La logistica di un G8 non è compatibile con la logistica di una provincia distrutta dal terremoto. Strade nuove e asfaltate di fresco, visite guidate, pattuglie di polizia ovunque, 15 per km sono visibili, ma tanti altri non li vedi. I pastori in montagna vengono seguiti da pattuglie che spesso nemmeno si preoccupano di stare in borghese, ci sono microfoni ovunque, elicotteri che ti volteggiano sopra la testa per tre quarti d’ora mentre stai cenando con i tuoi amici, perché potreste essere in combutta per fare qualcosa.

Ci sono le storie di chi ha perso qualcosa la notte del 6 aprile, e la gente se hai voglia di ascoltarle te le racconta, in un grande esorcismo collettivo della paura: sono storie di macerie che ti crollano addosso, di fili elettrici che volano impazziti in mezzo alla strada e prendono fuoco, di campane che suonano a vuoto, di urla e di sangue, di vestirsi in fretta e uscire in strada quando la terra ancora trema, di mattoni che ti travolgono mentre dormi, di figli sollevati di peso dai letti, di dormire vestiti perché si sapeva che il peggio sarebbe presto arrivato, di edifici pubblici evacuati e di case piene di gente, di animali terrorizzati, di strade spaccate e di rumori che non si possono descrivere.

Ci sono delle particolarità di questo terremoto che risultano inedite, e sono proprio i tuoi occhi e i racconti degli sfollati a farteli vedere: prima di tutto le fasi del terremoto. Questo terremoto le ha avute tutte e tre: prima sussultorio, poi ondulatorio e infine rotatorio. Gli scettici, come ero anche io all’inizio, devono solo parlare con chi c’era, perché tutti ti diranno che prima tutto vibrava, poi tutto ondeggiava e poi tutto girava come durante un attacco di vertigini. Un’altra cosa bizzarra è che nella maggior parte dei casi si sono danneggiati i primi piani delle case: sembrano bombardati… mentre i piani superiori sono pressoché intatti.

Ci sono le paure che non riesci a sopprimere: basta il tintinnio di un bicchiere perché le persone saltino in aria terrorizzate… le scosse di assestamento hanno fatto paura anche a me, facendomi saltare dal letto mentre mi stavo addormentando. Non oso immaginare la paura di chi ha vissuto la scossa del 6 aprile. La gente ti chiede se sei sicuro di voler dormire in casa, ti offre la sua tenda, perché ha paura per te. Ad ogni nuova scossa cadono pezzi di casa, i morali crollano, la gente trema con la terra. Non credete quando vi dicono, “nessun danno alle cose o alle persone”, perché non è vero.

Ci sono Domenica, Marco, Agostino, Lidia, Martina, Ida, Guido, Catia, Eloisa, Santino, Nicola, Veronel, Antonio, Matteo, Anna, Paola, Lidia, Francesco, Vincenzo… e non dobbiamo dimenticarci di loro e della loro terra."

Lo so che dopo un pò sentire queste cose "stanca" (è deprecabile, ma è pure vero), però è proprio adesso che dobbiamo fare qualcosa per aiutare concretamente la ricostruzione e per fare in modo che queste persone riprendano a vivere una vita normale. Se qualcuno ha segnalazioni o suggerimenti da dare sulle azioni concrete che possiamo intraprendere, si faccia pure avanti e usi questo blog come tramite.

1 commenti:

Monique ha detto...

io e Marta, nel nostro piccolo, abbiamo aperto un conto paypal. con i soldi che ci vengono donati facciamo spesa per coloro che, avendo le case agibili, sono stati costretti a rientrare dalla protezione civile, ma hanno perso il lavoro e i soldi non bastano mai.

Monique

 

Sergio Di Mare